Piazza Grande è nata da un giornale di strada, pensato da persone senza dimora e volontari. A distanza di 32 anni è una cooperativa sociale A+B in cui lavorano più di cento persone, ha cambiato diverse sedi, ha sviluppato nuove attività, ma ha conservato la sua anima: occuparsi di povertà, farlo con chi la povertà l’ha vissuta in prima persona, partire dal basso, restituendo spazi di potere e sviluppando partecipazione.
Attraversiamo il capannone di via Stalingrado, a Bologna, tra una poltrona dirigenziale che ha fatto il suo tempo, specchi, appendiabiti, libri, oggetti destinati ad avere una seconda vita, e infiliamo una porta semi nascosta. Eccoci negli uffici di Piazza Grande, ampi e essenziali. Qui incontriamo la presidente Ilaria Avoni, al suo secondo mandato.

“Ho cominciato a lavorare a Piazza Grande nel 2014, in un servizio di bassa soglia che ora non esiste più, l’Help Center, alla stazione centrale di Bologna. Sono stata operatrice, poi coordinatrice. È stata una bellissima esperienza per me, la mia prima reale esperienza con le persone senza dimora. Un lavoro molto adrenalinico, il piccolo ufficio era aperto tutti i giorni, e gestiva numeri davvero importanti. Persone con bisogni diversi, non solo un posto letto da assegnare, che non sempre potevamo soddisfare. È stato molto attivante.”
Ma torniamo alla storia di Piazza Grande e alla nascita del giornale di strada, nel 1993, uno dei primi in Italia. “Tutto parte da Beltrame, la struttura di accoglienza più grande che allora c’era a Bologna”, racconta Ilaria, “alcuni volontari attivano un gruppo di ospiti perché raccontino in prima persona quella che è la loro esperienza di emarginazione e di povertà. E il giornale che nasce racconta così la povertà dalla voce di chi la vive, di chi la sperimenta. Cambia l’approccio, non più pietistico o di cronaca, è un racconto vero, anche con un desiderio politico, di far emergere i problemi dal basso.”
Oltre a questo cambio radicale di sguardo, la vendita del giornale per le strade di Bologna permette di avere un reddito a chi lo distribuisce, non un’elemosina, ma un compenso per il proprio lavoro. Per sostenere l’attività del giornale, nasce l’associazione Amici di Piazza Grande e infine la cooperativa nel 97. “L’obiettivo era dare delle opportunità di lavoro alle persone che venivano dai percorsi di strada, proprio a coloro che l’hanno fondata”, spiega Ilaria che elenca i primi servizi attivati: guardiania, portineria nelle strutture, servizi di pulizia, il primo mercatino dell’usato e la ciclofficina.

“Piazza Grande ha cambiato pelle, sede, attività tante volte, pur mantenendo però un punto fermo: lavorare sul tema della povertà e farlo restituendo potere alle persone, attraverso il fatto di avere una casa, un lavoro, così come avere un giornale dove poter fare delle riflessioni, anche ora che siamo in una fase di trasformazione importante, forse meno visibile all’esterno, ma molto forte all’interno. Quella che era un’esperienza nata dall’attivismo, partendo dal basso, deve trasformarsi in un’impresa a tutti gli effetti per riuscire a realizzare le attività e gli obiettivi che ci siamo sempre posti. Come farlo? Non è una questione da sottovalutare, siamo cresciuti, sia nel fatturato nel numero di lavoratori e lavoratrici. Stiamo vivendo quindi un processo di riorganizzazione del lavoro, delicato e complesso, che non deve snaturarci. L’obiettivo è a portare la base con sé attraverso questo processo di trasformazione, ascoltandone non solo i bisogni, ma anche le proposte che possono arrivare.”
Veniamo ai numeri allora: nel 2024 il fatturato è stato di 5 milioni e 400 mila euro, 129 sono le lavoratrici e i lavoratori, tra loro la fascia di età più rappresentata è quella tra i 26 e i 35 anni. Una cooperativa sociale giovane, in espansione anche territoriale (è arrivata a Cesena dove gestisce servizi legati alla grave emarginazione). I soci lavoratori sono 59, “in leggera diminuzione”, precisa subito Ilaria, “soprattutto perché, come le altre realtà del sociale, stiamo facendo i conti con un turnover del personale altissimo”.
Tre le macroaree in cui sono organizzati i servizi: giustizia sociale, abitare e giustizia ambientale. L’ambito principale di lavoro resta rivolto alle persone senza dimora o in situazioni di grave marginazione. “Nel tempo è diventato un target più ampio, siamo passati da adulti singoli alle famiglie con minori, agli anziani, ai migranti richiedenti asilo e a persone in carico alla salute mentale e alle dipendenze, non per forza senza casa”.

Negli ultimi dieci anni Piazza Grande ha sviluppato soprattutto i servizi legati all’abitare, partendo dall’housing first. Ilaria ne spiega l’approccio: “la casa è un diritto, e quindi prima di tutto va data una casa a chi non riesce ad averla in maniera autonoma. Partendo da questo, l’housing first si basa sui principi di autodeterminazione della persona, sulla restituzione di potere, di dignità, di decisionalità. Rispecchia davvero i valori che hanno guidato la storia di Piazza Grande”. Così con questo approccio la cooperativa svolge accompagnamento educativo in casa in appartamenti propri, di privati o pubblici per diversi committenti: ASP Città di Bologna, ASL e vari Comuni.
Le competenze acquisite nel tempo nella gestione delle case sono state messe a sistema nella creazione di un Ufficio Abitare, in cui lavorano 5-6 persone. Chiediamo a Ilaria di che si tratta: “Gestisce tutto quello che ha a che fare con la struttura della casa, quindi la ricerca degli appartamenti, l’acquisizione dell’immobile, che abbiamo quasi al 90% da proprietari privati, la parte di contrattualistica e poi la gestione. Questo significa quindi manutenzioni, utenze e relazioni di vicinato, con l’amministratore di condominio, i proprietari, eccetera.”
In questo ambito la sperimentazione più radicale è Pop House, un progetto di social housing, a Calderara di Reno. Il Comune ha affidato la gestione di 22 appartamenti in affitto a Piazza Grande. “Stiamo parlando di Edilizia Residenziale Sociale, che si rivolge alla cosiddetta fascia grigia, troppo povera per il mercato e troppo ricca per l’edilizia residenziale pubblica. Sperimentiamo e mettiamo tutta la nostra esperienza nella gestione sia di comunità sia di appartamenti secondo un modello nuovo per noi. L’edificio è stato ristrutturato con fondi regionali, è bello e funzionale. Abbiamo costruito il bando per la selezione degli inquilini, accompagnato piano piano la comunità nella sua costruzione e nella gestione degli spazi comuni. Attraverso la riscossione dei canoni di affitto, fissati dal Comune di Calderara e inferiori ai valori di mercato, garantiamo la sostenibilità del progetto. L’esperienza è senz’altro positiva e, in prospettiva, è una sperimentazione che vorremmo replicare in altri contesti, penso che sia una necessità in questo momento e è molto interessante tenere insieme il tema di dare una casa, ma anche quello di riattivare la capacità delle persone di fare comunità.”

La terza area è quella relativa alla sostenibilità ambientale e tutto è cominciato con il primo mercatino del riuso di Piazza Grande. Era tutto molto informale, ma il giro di vendite ha iniziato a crescere e così è diventata un’attività strutturata della cooperativa, in cui c’è la possibilità di molti inserimenti lavorativi. Il ciclo è interno al progetto Hera Cambia il finale: si attivano sgomberi di aziende o di privati, si selezionano i materiali e quelli che vengono portati direttamente in magazzino, si aggiusta e si ridà vita a ciò che è ancora in buone condizioni, nei tre punti vendita: via Stalingrado, la Leonarda di via San Vitale e ultimo arrivato Ancora, sulla via Emilia, centro del riuso in collaborazione con il Comune di San Lazzaro, gestito in ATI con Il Martin Pescatore, consorziata di Arcolaio.
“E’ un filone che funziona, nel 2024 abbiamo avviato al riuso quasi 18 tonnellate di beni. Dobbiamo continuare a percorrerlo, per senso di responsabilità verso il pianeta, non possiamo continuare a inondarlo di rifiuti. Nel 2026 testeremo alcune sperimentazioni per rendere sempre più accessibile l’intero processo agli inserimenti lavorativi: abbiamo la parte della vendita e delle relazioni con i clienti, della selezione e poi del lavoro di fatica… tanti livelli diversi su cui poter formare le persone svantaggiate”. E non parliamo solo di quelle riconosciute come tali dalla legge 381, poiché Piazza Grande cerca un punto di equilibrio avviando al lavoro anche persone con percorsi di vita in strada, che non sempre rientrano in quelle categorie.
Oltre alle tre aree che abbiamo descritto, la cooperativa sta strutturando dei pacchetti formativi sui temi su cui ha ormai un know-how riconosciuto quindi Housing First, Abitare, lavoro di prossimità.

Per la presidente è sicuramente un’attività avviata in un’ottica di impresa, ma non solo: “per noi è molto importante stare dentro delle reti, il confronto nutre e allontana il rischio di sterilizzarsi. È in questa ottica che siamo tra i fondatori del Consorzio l’Arcolaio, che ora, a distanza di dieci anni, vive un momento di trasformazione e di ridefinizione della propria natura e dei propri obiettivi. Intorno a noi il contesto è cambiato, le richieste dei committenti sono sempre più elevate, le risorse diminuiscono, gli adempimenti burocratici sono sempre più complessi, ma nello stesso tempo noi cooperative sociali continuiamo ad avere la capacità di cogliere i bisogni della società, della comunità, del territorio e riusciamo a dare sempre nuove risposte”.
Come il Consorzio può avere un ruolo nuovo in questo panorama in evoluzione? “Stare insieme, associarsi, vuol dire anche ottimizzare le risorse per rispondere al meglio alle nuove sfide. Per esempio, potremmo gestire trasversalmente la parte di IT, a seconda delle necessità delle consorziate, e applicare lo stesso principio a livello più alti, senza dimenticare la formazione, su cui l’Hub culturale di Arcolaio sta lavorando proprio in queste settimane. L’Hub ha dato un forte stimolo al lavoro comune, mettendo insieme le persone operative in diversi settori. La fase di apertura sta per chiudersi, è il momento di trovare un equilibrio dinamico e creativo tra la propria identità valoriale e imprenditoriale e la nuova identità del Consorzio”.



